martedì 29 ottobre 2013

Il Laocoonte

L'entusiasmo della scoperta
 Il 14 gennaio 1506 un eccezionale ritrovamento fece eco su tutta Roma. La notizia giunse anche nel palazzo vaticano, dove  «... fu detto al Papa, che in una vigna presso a S. Maria Maggiore s' era trovato certe statue molto belle. Il Papa comandò a un palafreniere: va, e dì a Giuliano da Sangallo, che subito li vada a vedere. E così subito s' andò. (...) E perché Michelangelo Bonarroti si trovava continuamente in casa, che mio padre l' aveva fatto venire, e gli aveva allogata la sepoltura del Papa; volle, che ancor lui andasse; ed io così in groppa a mio padre, e andammo. Scesi dove erano le statue: subito mio padre disse: questo è il Laocoonte di cui fa menzione Plinio. Si fece crescere la buca per poterlo tirar fuori; e visto, ci tornammo a desinare: e sempre si ragionò delle cose antiche». Questa è una testimonianza è Francesco da Sangallo, che all’epoca dei fatti era adolescente ma la descrive circa sessanta anni più tardi, il 28 febbraio 1567. Si percepisce tutto l’entusiasmo e la gioia provate nell’andare sul colle Oppio in compagnia del padre, Giuliano da Sangallo (grande architetto), e di Michelangelo Buonarroti, per vedere con i propri occhi quello che era appena venuto alla luce (è il caso di dirlo) nella vigna di Felice de Fredis, in una zona detta delle Sette Sale, ossia la grandiosa cisterna delle Terme di Traiano. 

A quell’epoca era papa Giulio II della Rovere, committente degli affreschi della volta della cappella fatta costruire da suo zio (papa Sisto IV) e delle prime due Stanze di Raffaello (Della Segnatura e di Eliodoro). Lo stesso pontefice, che definì il Laocoonte “mirabile statua di marmo”, non intendeva lasciarsela sfuggire e così la acquistò immediatamente, tanto che il 14 febbraio dello stesso 1506 era già stata trasferita nel Cortile del Belvedere dove poteva essere ammirata. L’influenza scaturita dalla visione del Laocoonte fu per molti artisti un effetto da cui era impossibile sottrarsi. Riprodotto sotto forma di incisioni e dunque così divulgato, ben presto la sua immagine finì per essere dipinta sui piatti prodotti dalle manifatture dell’Italia centrale, specie di Urbino, che dalle suddette incisioni traevano ispirazione. A suscitare l’ammirazione degli artisti fu sicuramente la complessa contorsione dei corpi del sacerdote troiano e dei suoi due figli, avvolti dalle spire dei due serpenti mandati da Atena e Poseidone affinché non vi fossero ostacoli all’ingresso del celebre cavallo ligneo nella città di Troia con la sua conseguente conquista. Movimento, pathos, forte espressività: sono questi i principali caratteri del Laocoonte, a cui fa riferimento un passo della Storia Naturale di Plinio (XXXVI, 37) che ricordava l’opera nel palazzo di Tito e la attribuiva a tre scultori originari di Rodi: Agesandro, Atanadoro e Polidoro. Quella rinvenuta a Roma doveva essere una trasposizione in marmo di un originale bronzeo, ma sia quest’ultimo (andato perduto) che quello marmoreo è possibile fossero opera degli stessi tre scultori, che sappiamo attivi a Roma nella seconda metà del I secolo a.C.
Giovanni Antonio Dosio, Il Cortile del Belvedere in costruzione, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1561 circa.


Papa Giulio II destinò l’opera in uno dei più bei luoghi di Roma, in quegli anni qualificato dall’intervento di Donato Bramante che progettò un cortile che circondasse un giardino ornato di allori, cipressi, aranci, arricchendolo di fontane e di nicchie per le statue. Si trattava di un luogo che intendeva evocare il Giardino delle Esperidi, e per questo non poteva che essere destinato ad una ristretta cerchia di persona, come suggeriva l’iscrizione che, sulla porta di accesso, Giulio II aveva fatto collocare, derivandola da un verso dell’Eneide (Vi, 258): «Procul este prophani». Il papa intendeva configurarsi come nuovo imperatore, facendo nuovamente di Roma la capitale indiscussa sia del papato che delle arti. Molte sculture raggiunsero così il Vaticano, alcune già di proprietà di Giulio II, altre acquistate per l’occasione (l’Ercole con in braccio il piccolo Telefo - a quel tempo ritenuto Enea con Ascanio-, l’Apollo del Belvedere, l’Ercole in lotta con Anteo, la Venuz Feliz e l’Arianna – creduta Cleopatra). Spentosi Giulio II, il suo successore, Leone X, proseguì l’opera da lui iniziata, aggiungendo due grandi statue di divinità fluviali: il Tevere e il Nilo. Adriano VI Florensz, nativo di Utrecht (papa dal 1522 al 1523) poco apprezzò l’opera dei predecessori, arrivando a chiudere il cortile che veniva indicato luogo di idoli pagani (“sunt idola antiqua”!). Verso il 1533 Giovanni Angelo Montorsoli, un frate scultore allievo di Michelangelo,  integrò il braccio destro del Laocoonte realizzandolo in terracotta.
Francesco I, che guardava all’Italia con lo spirito di un principe italiano del Rinascimento, affidò nel 1540 al bolognese Francesco Primaticcio (nominato “paintre ordinaire du Roy”) il compito di realizzare un calco in bronzo del Laocoonte. Insieme alle traduzioni in bronzo di altre celebri sculture (molte delle quali proprio conservate nel Balvedere vaticano), il Laocoonte era destinato ad ornare il palazzo di Fontainebleau con l’intento di farne «quasi una nuova Roma, con grandissima soddisfazione di quel Re» (Vasari). La traduzione in bronzo del Laocoonte e delle altre statue mediante un calco 1:1, poteva consentirlo solo una committenza reale, dato l’alto costo del materiale e la complessità dell’esecuzione. In effetti, stando alla gerarchia dei materiali, il bronzo veniva prima del marmo e dunque il sovrano francese, se non poteva avere “quello che tiene il papa”, poteva averne una versione che gareggiava con esso per mezzo della preziosità del materiale e del processo meccanico di riproduzione, che assicura fedeltà di forme rispetto all’originale. Nel Cinquecento inoltre si diffonde la traduzione delle sculture più famose sotto forma di bronzetti destinati ad alimentare il collezionismo privato, che attraverso essi permetteva di ricreare nelle residenze private un piccolo museo di antichità. Vasari ricorda che «Bramante, architetto anch’egli di papa Iulio, […] ordinò [al Sansovino] che dovesse ritrar di cera grande il Laocoonte, il quale faceva ritrarre anco da altri, per gettarne poi uno di bronzo, cioè da Zaccheria Zachi da Volterra, Alonso Berugetta spagnolo e d[al] Vecchio da Bologna: i quali, quando tutti furono finiti, Bramante fece vederli a Raffael Sanzio da Urbino […][e da lui] fu giudicato che il Sansovino, così giovane, avesse passato tutti gli altri di gran lunga. Onde poi […] si dovesse fare gittare di bronzo quel di Iacopo […] e datolo al cardinale [Domenico Grimani], lo tenne fin che visse non men caro che se fusse l’antico».  
Francesco Primaticcio, Laocoonte Chateau de Fontainebleau.
Jacopo Sansovino, Laocoonte,  Londra, Victoria & Albert Museum.

Un bronzetto conservato al Museo del Bargello di Firenze, opera di Pietro Simoni da Barga (attivo a Firenze fra il 1571 e il 1589) è un esempio della produzione di bronzetti destinati al collezionismo privato.

Oltre a Primaticcio, si ricorda che anche il grande artista spagnolo Velásquez fu incaricato da Filippo IV di Spagna di realizzare calchi da celebri sculture romane, tra le quali naturalmente anche il Laocoonte. Il moltiplicarsi del tema, espressione suprema di arte e di dolore insieme (exemplum artis, exemplum doloris), passa attraverso le interpretazioni di artisti e di generi artistici. Quando El Greco dipinge il suo Laocoonte oggi alla National Gallery di Washington, nonostante modifichi sensibilmente la composizione rispetto al gruppo vaticano, riesce comunque a serbarne il ricordo, rendendo riconoscibile il collegamento.
Jean Baptiste Tuby (da Francois Girardon?), copia in marmo del Laocoonte 1:1, 1696, Versailles. Durante la parentesi francese della scultura, si tenta di ripristinare il braccio cinquecentesco (che nel frattempo era stato rimosso) in quanto si credeva fosse opera di Michelangelo. A questo erronea convinzione si giunse a seguito del ritrovamento nel 1720 di un braccio, forse l’abbozzo che il Montorsoli aveva eseguito originariamente in terracotta. A Parigi viene quindi bandito un concorso che porti alla integrazione della parte mancante. François Girardon effettua un calco delle braccia della versione del Laocoonte esposta all’Ecole du Dessin. Il concorso si rivela un fiasco: nessuno vi partecipa, forse perché consapevole delle insormontabili difficoltà a confrontarsi con una immagine che nel corso dei secoli si era ormai imposta e consolidata. 
Six Benjamin, Visita notturna di Napoleone e Maria Luisa al Laocoonte ( Visite aux flambeaux faite par l’Empereur et l’Impératrice), inv. 33406 recto, Paris, Louvre.

Dopo il Congresso di Vienna e la restituzione all’Italia delle principali opere d’arte trafugate dai commissari napoleonici, il Laocoonte viene comunque integrato nella parte mancante, inserendo al sacerdote troiano il suo braccio destro proteso verso l’alto, come nella tradizione cinquecentesca.
All’aspetto attuale, col braccio destro piegato in direzione della testa, si arriverà solo nel 1957-59 quando il gruppo scultoreo verrà sottoposto al restauro di Filippo Magi avvalendosi del frammento ritrovato nel 1905 dallo studioso di antichità Pollack, che Ernesto Vergara Caffarelli nel 1954 giudicò essere quello originale.


Copie

Leone X intendeva fare dono a Francesco I, re di Francia, di una copia della scultura, affidandone nel 1520 l’esecuzione a Baccio Bandinelli. Lo scultore realizzò un modello in cera e uno su cartone come preparazione alla esecuzione in marmo.


 Per prime realizzò le figure dei figli, poi passò a quella del sacerdote troiano. Dopo una breve pausa, che coincise col pontificato di Adriano VI, nel 1523 Bandinelli tornò a Roma e riprese i lavori, portando a conclusione l’opera nel 1525. Ma la copia non arrivò mai in Francia. Infatti il nuovo papa Clemente VII, ossia quel Giulio de’Medici che era cugino di Leone X, decise di farla condurre a Firenze, dove sarebbe stata collocata nel giardino di palazzo Medici. Dal 1659, con la vendita del palazzo alla famiglia Riccardi, la statua (che era entrata a far parte dell’eredità di Carlo de’ medici) fu trasferita agli Uffizi, dove ancora oggi si può ammirare in fondo al corridoio di ponente. Nel 1762 l’opera restò danneggiata a seguito di un incendio che coinvolse quel tratto della galleria. Al Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi, relativamente al Laooconte agli Uffizi, si conservano due disegni di Baccio Bandinelli (nn. 14784F, 14785F) e un'incisione dell'Arrighetti della seconda metà del Settecento. 
Stefano Maderno, Laocoonte, 1630, h. cm 71, terracotta, San Pietroburgo, Ermitage (inv. 553)..
L'opera pervenne al Museo dell'Ermitage dalla collezione veneziana dell’Abate Filippo Farsetti, dove è documentata nel 1778. Il suo primo biografo (Giovanni Baglione) scriveva del Maderno: «‘e faceva bene li modelli levati dalle più belle statue antiche e moderne, che in Roma si trovano. E molti de’ suoi modelli sono gettati di metallo per servigio di varij Personaggi». Non sappiamo  tuttavia se Maderno realizzò anche una traduzione bronzea del Laocoonte. Il corpo del sacerdote troiano è frontale e s’incurva ad arco più che nell’originale, mentre la testa è piegata al lato in modo poco naturale. Le figure sono inoltre ravvicinate tra loro. «Ma basta questa flessione dell’asse compositivo per imprimere all’insieme un accento drammatico e per rendere più commovente il momento della violenza e della morte; la scena, cioè l’altare, è appena accennato. Il modellato è semplificato e si arricchisce di ombre graduate. L’espressione del protagonista, con il volto rivolto verso chi lo osserva, quasi a sollecitarne la commiserazione, esprime un dolore svuotato di drammaticità rispondendo più alla sensibilità del tempo e a un sentimento umano di pietà» (M.G. Bernardini)

Componimenti poetici e letterari

Il gruppo scultoreo ispirò anche componimenti poetici, come quello scritto dall’erudito Eurialo Morani da Ascoli in occasione del passaggio di Carlo V da Roma nel 1536, reduce dalla vittoriosa campagna militare in Tunisia. Si tratta de Le Stanze sopra le statue di Laocoonte, di Venere e d’Apollo, dedicate ad Alfonso d’Avalos, marchese di Vasto.


 Il poemetto venne dato alle stampe il 20 giugno 1539 per i tipi di M. Valerio e Luigi Dorico, fratelli bresciani, stampatori a Campo di Fiore. Il Morani era molto celebre nella Roma del suo tempo, amico dell’Aretino e poeta improvvisatore. Le Stanze appartengono al genere della produzione encomiastica, la ekphrasis (dal greco: descrizione), sviluppata nell’antichità greca e romana, in cui l’autore descrive e commenta in forma di componimento poetico un’altra opera d’arte, gareggiando con essa in abilità espressiva.

I ritratti grafici del Laocoonte
La statua è entrata a far parte del corpus grafico di numerosissimi artisti fin dal Cinquecento. Ne sono prova i tanti fogli conservati nei vari musei e collezioni del mondo, qui riassunti nelle immagini più significative, scalate in ordine cronologico.
Filippino Lippi, Rovine antiche con Laocoonte, Firenze, Uffizi.
Baccio Bandinelli, Homme nu, assis, vu de face, la jambe droite levée, Paris, Louvre, Fonds des dessins et miniatures, petit format, inv. 93 recto.


Francesco Mazzola detto il Parmigianino, Etude d’après le Laocoon, études d’un crucifix et d’une Pietà, Paris, Louvre, inv. 6416, recto.

Francesco Mazzola, il Parmigianino, Studio della testa del Laocoonte, Chatsworth.

Jacopo Sansovino, Il figlio più giovane di Laocoonte, Paris, Musée du Louvre, Cabinet des dessins, inv. 2712, recto.



Federico Zuccari (Sant’Angelo in Vado, 1540/41 – Ancona, 1609), Taddeo Zuccari disegna le antiche statue in Belvedere, ultimo quarto del XVI secolo, disegno a penna e inchiostro bruno acquarellato con tracce di carboncino e sanguigna, mm 75 x 425, Los Angeles, Getty Museum, inv. 99GA.6.17.
Il giovane ritratto di tre quarti seduto al centro della composizione è Taddeo Zuccari, fratello dell’autore. E’ colto mentre riproduce sul suo taccuino la statua del Laocoonte. Oltre a quest’ultima si riconoscono la statua dell’Apollo, del Tevere e del Nilo. Sullo sfondo si riconosce l’ala settentrionale del palazzo apostolico edificata da Niccolò V (1447-1455), dove al terzo piano si trovano le “camere di Raffaello”, come indica la dicitura.Da queste prende avvio il “corridore” di levante, un passaggio a diversi piani attraverso i quali superare i dislivelli del terreno, progettato da Bramante con lo scopo di collegare l’abituale dimora dei papi con la loro residenza estiva, ossia il palazzetto di Belvedere, fatto costruire da papa Innocenzo VIII (1484-1492) all’estremità settentrionale del Vaticano. Sulla destra si nota la cupola di San Pietro in costruzione. Il disegno reca un verso in terza rima: “Inutile fatiga è ‘l punteggiare / Ma lo servar qui l’arte il gran desio / il frutto fa, chi qui vole studiare”. Il giardino delle statue del Vaticano era accessibile a quegli artisti che ritenevano fondamentale completare la propria formazione mediante lo studio e la copiatura dei capolavori dell’antichità, coniugandole con l’osservazione delle novità rinascimentali di Michelangelo e Raffaello. Aveva quattordici anni quando Taddeo Zuccari lasciò la cittadina natale, Sant’Angelo in Vado, per recarsi a Roma, spinto dal desiderio di intraprendere la professione artistica. Federico Zuccari intese realizzare una biografia illustrata di suo fratello Taddeo, la cui vita si era prematuramente spenta nel 1566, esaltandone le qualità di eroe “moderno”, che seppur autodidatta e di poveri natali, riuscì a superare ostacoli e difficoltà attraverso impegno e fatica.
Antonio Campi, Trois études de têtes; trois petites figures en buste, conversant, inv. 7846, recto, Paris, Louvre.
Copia da Annibale Carracci, Laocoonte (Laocoon et ses deux enfants saisis par les serpents) , disegno. Piccolo formato, Paris, Musée du Louvre, Cabinet des dessins, Fonds des dessins et miniatures, Inv. 7578 recto.
Peter Paul Rubens (Siegen, 1577 – Anvers, 1640), Laocoonte e i suoi figli, 1601/02 o 1605/08, due fogli di carta congiunti, gesso nero, mm 465 x 457, collezione Resta, ora Milano, Biblioteca Ambrosiana, F. 249 inf. Fol. 4.
Sicuramente Rubens conosceva il Laocoonte ben prima del suo arrivo in Italia, dal momento che lo studio dei capolavori d’arte antica attraverso le riproduzioni grafiche era parte integrante della formazione dei giovani artisti dell’Europa intera. Ne è prova l’Ercole in lotta con due Amazzoni dipinto insieme a Jan Breughel il Vecchio (ora Potsdam, Schloss Sanssouci, Bildergalerie, inv. GK 100021), dove il groppo principale ricorda la posa del Laocoonte.

Gian Lorenzo Bernini, Torso del Laocoonte, Lipsia.
Arrivato a Parigi nel giugno 1665, Bernini è sollecitato da Paul Fréart de Chantelou ad esprimere un giudizio sull’antica statua. Nella capitale francese il grande artista italiano celebrerà il valore estetico degli “antichi marmi”, raccomandando al tempo stesso l’esercizio del disegno e dell’imitazione in senso classico. Sul Laocoonte usa un solo aggettivo, ma efficace: “admirable”. 

Charles le Brun, La Douleur aiguë: tête d’homme, vue de trois-quarts, inv. 28320 recto, Paris, Louvre.
Edme Bouchardon, Un des enfants de Laocoon enlacé par le serpent, mm 525 x 403, Paris, Musée du Louvre, inv. 24008 recto, atelier de l’artiste de son sejour à l’Académie de France à Rome à son déces en 1762.

Edme Bouchardon

Edme Bouchardon

Edme Bouchardon

Edme Bouchardon

Edme Bouchardon, Torse de Laocoon,  
Giovan Domenico Campiglia
Traduzioni pittoriche fedeli
In pittura, il Laocoonte è stato ritratto da Alessandro Allori (1535-1607, come prova il dipinto eseguito ad olio su tavola, oggi in collezione privata a New York (cm 73 x 57,2).

Giovanni Paolo Panini (Piacenza, 1691 – Roma 1765), Roma antica, 1757, olio su tela, cm 172,1 x 229,9, New York, Metropolitan Museum. Dipinta, insieme al suo pendant raffigurante la Roma moderna, per il Conte di Stainville, duca di Choiseul, raffigurato nel dipinto con un libro in mano.

Pompeo Batoni (Lucca, 1708- Roma1787), Ritratto di Thomas Dundas, poi primo barone Dundas, 1763-64, olio su tela, cm 298 x 196,8, Aske Hall, Richmond Yorkshire, The Marquess of Zetland.
"Da sinistra a destra si vedono, in un allestimento d'invenzione, l'Apollo del Belvedere, il Laocoonte, il cosiddetto Antinoo del Belvedere (in realtà un Hermes) e l'Arianna vaticana, le canoniche sculture esposte nel cortile del Belvedere in Vaticano che esercitavano un fascino magnetico sui principi e sui sovrani d'Europa e che facevano del viaggio in Italia una tappa dei colti gentiluomini inglesi. La fontana del Tritone nella nicchia deriva da una delle figure accessorie nel bacino della fontana del Moro di Bernini in piazza Navona. La rarità di queste sculture nei ritratti di Batoni può essere spiegata col fatto che è certo, benché non provato, che comportavano una spesa aggiuntiva per l'inserimento di un maggior numero di figure nel quadro e pochi tra i clienti di Batoni l'avrebbero potuta affrontare, tranne Dundas e Razumovsky (del quale pure realizzò un ritratto dall'ambientazione simile), due tra i suoi committenti più facoltosi. (...) La severità dell'impianto antichizzante del ritratto è contraddetta dalla vivacità del movimento che esaspera la posa a gambe incrociate tipica della ritrattistica inglese, traducendola quasi in un passo di danza. La combinazione dell'atteggiamento e dello sfondo ha un effetto irresistibile, un tour de force che pone questo dipinto tra i ritratti più impegnativi di Batoni. Il colore nell'abito di Dundas è un bell'esempio di quello che era definito "rosso Batoni". Il frock di taglio italiano è rifinito con galloni d'oro, le falde tese lateralmente sottolineano la torsione del corpo, che conferisce eleganza al portamento. La foggia dei polsini, detta à la marinière, era caratteristica delle tenute di mare nei primi anni del secolo e veniva spesso adottata dai gentiluomini alla moda. A completamento del suo raffinato abbigliamento, Dundas ostenta un bastone con il pomo d'avorio e un tricorno di castoro profilato con una bordura dorata". (cfr. Edgar Peters Bowron, in Pompeo Batoni. 1708-1787. L'Europa delle Corti e il Grand Tour, Silvana Editoriale, 2008, pp. 272-273, cat. 41) 

Hubert Robert (1733-1808), Il ritrovamento del Laocoonte, 1773, Virginia Museum of Fine Arts, Richmond, Virginia, United States of America.

Libere versioni del soggetto

Giulio Romano, Laocoonte, Mantova, palazzo Te, Sala di Troia.


Anonimo artista francese del XVII secolo, Laocoonte, Paris, Musée du Louvre.

François Perrier detto le Bourguignon, (1590-1650), Laocoonte, olio su tela, cm 63 x 43, Eric Coatalem Gallery.

Francesco Hayez, Laocoonte, 1802, Milano, Accademia di Brera.


Incisioni

Giovanni Antonio da Brescia, il Laocoonte, 1508 circa, London, British Museum, inventory 1845-8-25-707. Si noti che l'immagine è riportata in controparte.

Marco Dente, 1515 circa.
Marco Dente, n.d.

Attribuito a Nicolò Boldrini (1500 circa, attivo a Venezia tra il 1530 e il 1570), caricatura del Laocoonte, da Tiziano Vecellio, 1520-60, mm 273 x 400. “Un gentil pensiero di tre bertuccie sedenti, attorniate da serpi, nella guisa de Laocoonte e de’ figluoli posti in Belvedere di Roma, così il Ridolfi per primo identificava l’opera come ispirata al celebre gruppo. Tiziano sembra rispondere con questa caricatura all’eccessiva venerazione per l’arte classica che  si era diffusa soprattutto fra gli artisti fiorentini e romani.  
François Perrier detto le Bourguignon, (1590-1650), Laocoonte, dal libro Segmenta Nobilium Signorum et Statuarum, Rome, 1638.

William Hogart, Analysis of Beauty

Dettaglio di una veduta del cortile del Belvedere col Laocoonte, incisione colorata a mano di Luis Ducros e Giovanni Volpato, 1787-1792. Si può notare il restauro operato da Agostino Cornacchini a metà Settecento, riguardante il braccio destro del figlio più giovane di Laocoonte, che è rivolto in alto come quello del padre.
Johann Georg Heck, Iconographic Encyclopaedia of Science, Literature, and Art, 6 (1851). Da sinistra a destra: Ercole col piccolo Telefo sul suo braccio; Antinoo del Belvedere; Fanciullo che strozza un’oca, Meleagro, Germanico; in basso, Apollo del Belvedere, Laocoonte, Fauno.

maioliche, cammei, arti minori


Francesco Xanto Avelli da Rovigo, Laocoonte, 1530, diametro com 47,7, maiolica dipinta, Ermitage.

Francesco Xanto Avelli da Rovigo (Rovigo, 1487 circa – 1542), Laocoonte, 1532, maiolica, diametro cm 26, New York, Metropolitan Museum, Iscrizione sul retro1532/Da Serpi Laocoonte e i figli / uccisi, / Nel II de la Eneida d Vgilio M/ fra:xato A/da Rovigo, i/Urbino.




                                  Citazioni dal Laocoonte
 Tiziano, Bacco e Arianna, Londra, National Gallery.

 Tiziano, Polittico Averoldi, Brescia, Museo Civico.

Domenico Zampieri detto il Domenichino, San Giovanni Evangelista, Collezione privata.





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